martedì 7 aprile 2015

Intervista a Michele Posa (il wrestling italiano)


Ritornano le interviste ai protagonisti del wrestling italiano!
Oggi non sarà con me un lottatore, bensì un grande giornalista televisivo, che ha seguito la scena del nostro Paese fin dagli esordi; fresco di ritorno da Santa Clara, dove ha commentato per Sky l'edizione XXXI di Wrestlemania, è con noi "Il bardo" Michele Posa!

Luca Franchini (a sinistra) e Michele Posa (a destra)

Ciao Michele, e grazie per aver concesso il tuo tempo al Blog!
Tu sei un appassionato di wrestling di lunga data, ma ti vorrei chiedere: quando venisti a sapere dell'esistenza di una pionieristica realtà italiana? E quali furono i tuoi pensieri a riguardo?

Trovai info sparse sul web di una realtà veneziana che proponeva show in maniera discontinua. Francamente sembrava uno scherzo o in alternativa un gruppo di cosplayer che si divertivano a mimare i match inventando un background narrativo che fosse credibile per un lettore occasionale. Quando accadde non lo ricordo con precisione, ritengo fosse attorno al 1997 ma potrei sbagliarmi vista la distanza temporale da allora.

Ci incontrammo per la prima volta a fine 2000 a Venezia, quando venisti a toccare con mano la nascente scena tricolore targata ICW (a quei tempi ancora presieduta dal sottoscritto). Quali furono le tue impressioni?

Ebbi l'idea che ci fosse molta voglia di fare, parecchia disorganizzazione (come è giusto che fosse) e spinte contrastanti su come impostare l'eventuale attività comunitaria che si andava generando. Lette così possono sembrare critiche, in realtà è una istantanea credo credibile di una creatura in fasce che non può che partire con mille incognite.

Nel 2001 la ICW si istituzionalizzò: presenziasti a "La Legge Del Più Forte" e al successivo "Pandemonium" (dove tra l'altro facesti l'annunciatore). Come vivesti quei momenti, e quali furono i tuoi pensieri relativi alla nuova impostazione della ICW?

Michele Posa sul ring di ICW Pandemonium (2002)

Non era un periodo emotivamente felice per me, ergo credo di poter aver lasciato a qualcuno una non idilliaca impressione. Gli show furono una bella avventura, credo che tutti coloro che ci furono possano ricordarli con emozione e simpatia, indipendentemente da come poi si sono modificati i rapporti con le persone presenti. Il velo della passione, insomma, cancella e cancellò tutte le lacune, dai vestiti di scena ai balbettii nel ring. Avendo una predisposizione narrativo/letteraria, il fatto di volersi incamminare sulla strada della tecnica e non su quella dell'intrattenimento combinato (sportivo e storytelling) non mi parve la scelta migliore. Organizzativamente si intravedevano invece importanti miglioramenti che col tempo hanno portato alla buona e stabile gestione odierna.

Ricordo che all'epoca circolasse la voce relativa ad una tua idea: quella di mettere in scena una storyline relativa ad un wrestler dalle condizioni di salute sempre più precarie, sul quale si sarebbero incentrate numerose trame. La tua concezione di wrestling era già molto legata all'intrattenimento: secondo te è possibile che il pubblico italiano si innamori di una lotta incentrata prevalentemente sull'aspetto tecnico?

Quella era un’idea di storytelling basata su un personaggio che volevo creare per me stesso. Il fatto della malattia avrebbe giustificato le sue condizioni fisiche non eccelse e il suo background tecnico mediocre, andando a peggiorare col passare dei mesi. Il sostegno emotivo e l'eventuale coinvolgimento del pubblico sarebbero dovuti venire dalla voglia di coronare il sogno prima che il tempo terminasse. Ovviamente nel clou match per la cintura avrei dovuto perdere per un finale triste alla Rocky Joe contro un heel che ne sarebbe uscito ancora più forte. Una magica cura alla Julian Ross avrebbe dovuto poi permettermi di restare in vita, costringendomi però al ritiro dalle scene (con spiragli aperti per possibili ritorni one shot per match speciali). Rivedendo la cosa col senno di poi suppongo ci fossero enormi possibilità di fallimento dovute soprattutto alla scarsa frequenza degli show. In aggiunta frequentai pochi allenamenti perché mai invitato nei poli e quando se ne aprì uno a Lecco mi fu chiaro di essere poco portato per il quadrato. Per quanto riguarda il pubblico italiano io credo possa apprezzare sia i personaggi impostati che la lotta tecnica, di sicuro è più facile farsi strada con immediatezza con il primo non avendo la tv a supporto per fare di te qualcosa di già conosciuto. Forse quello che manca di più è paradossalmente lo storytelling interno ai match e la progressione delle gimmick esistenti che spesso solo un costume da indossare che non ha altre ripercussioni su quanto si fa nel ring o nelle dinamiche interne dello show e/o della federazione.

Ti ritrovammo nel 2002 insieme al tuo già affiatatissimo collega di telecronache Luca Franchini a commentare dal vivo "ICW Live in Rome", show organizzato in concomitanza con la prima italiana di "Il re scorpione" interpretato da The Rock. Quali sono i tuoi ricordi relativi allo spettacolo?

Nel cerchio rosso: Franchini e Posa a "ICW Live in Rome" (2002)

Sono scarsi e frammentari se non qualche scivolata degli atleti (il ring era posto sopra la pista del ghiaccio) e la gentilezza di chi ci ingaggiò. Ricordo anche che per vedere l'evento erano giunti fan persino dalla Puglia. E aggiungiamoci una notte passata sul divanetto della reception del mini albergo che ci ospitò perchè nella mia camerata almeno due persone russavano come vulcani :) Credo che la mia avventura con la ICW terminò poco dopo: ci fu una gara per determinare chi dovesse essere il booker della federazione. Bisognava sottoporre una sceneggiatura di esempio e il consiglio direttivo avrebbe dato il ruolo all'autore della migliore. Inviai la mia e non vinsi. Allora chiesi di poter visionare le altre e notai un divario notevole a mio favore (tieni presente due cose: leggevo già gli script delle major americane per lavoro e la scrittura è un talento molto potente tra quelli che padroneggio). Chiesi allora lumi sul perchè non ottenni voti: mi venne detto che tutti pensavano che la mia fosse superiore alle altre ma che alcuni non mi opzionarono per antipatia personale mentre alti virarono sul voto verso la proposta di un amico che in caso di selezione avrebbe avuto maggior riguardo verso i componenti della sua cerchia. Alla fine le mie proteste furono talmente feroci - mi aspettavo un giudizio sul merito e non altro - che Emilio Bernocchi (l'allora e attuale presidente della lega) mi rimborsò la tessera di affiliazione alla federazione e da lì interruppi la collaborazione se non per eventi saltuari e discontinui.

Nel 2003 riemerse la tua dote creativa quando partecipasti come Elvis (il giudice supremo) al programma di Italia 1 "Sarabanda Wrestling", al quale prestasti i tuoi servizi anche come autore. Ci puoi riportare qualche episodio relativo alla genesi e alla messa in atto di una delle più originali e strampalate trasmissioni televisive italiane? Ma soprattutto: shoot o work?

Michele Posa come "Elvis", il giudice di Sarabanda

Francamente ho poco da aggiungere a quanto già si sa. Notai che molti dei procedimenti creativi di Sarabanda erano similari a quelli del wrestling e inviai un faldone di idee. Gli autori decisero di usarne alcune e come ricompensa mi misero nel programma nel ruolo di Elvis "The King". Sulla veridicità della gara musicale non so dirti con realtà, io - così come le ragazze immagine e il corpo di ballo - abbiamo interagito in maniera molto minimale con Enrico Papi e i concorrenti essendo stipati in luoghi differenti nel backstage del teatro. Essendo lì come ospite non ho particolari dietro le quinte da rivelare.

L'anno successivo partì un tuo importante progetto, la European Wrestling Federation, che portò sul ring la rivalità tra Capitan Padania e Neo Pulcinella, subito riportata da numerosi quotidiani nazionali. Fu la prova definitiva del binomio inscindibile tra wrestling e intrattenimento? Sei d'accordo su come l'Italia, paese della gestualità, della Commedia dell'Arte e della polemica, sia potenzialmente il terreno più fertile al mondo sul quale seminare lo sport-entertainment?

immagine da worldofwrestling.it

Dopo diversi anni di ricerca, trovai un promoter forte con ottimi contatti che decise di fare uno show di prova a Roma. Mi arrovellai su che tema portare per riempire il palazzetto. Avevo AJ Styles e Petey Williams in un match al meglio delle 3 cadute nel quale sarebbe stato difeso il titolo dei pesi massimi NWA affiliato alla TNA. Ma questo avrebbe venduto da solo poche centinaia di biglietti (fermo restando la qualità sovrumana della sfida). Così riproposi in chiave attuale (per quei tempi) l'inossidabile rivalità tra Nord e Sud con Capitan Padania e Neo Pulcinella che peraltro aveva radici comuni al feud tra Eddie Guerrero e JBL che spopolava quasi contemporaneamente in tv. Capitan Padania era un personaggio che avevo già proposto alla ICW ai tempi della mia affiliazione ma non era stato ritenuto interessante, probabilmente sentendone girare il nome un paio di anni prima qualcuno tentò di attribuirsi la paternità della gimmick. Al botteghino la risposta fu eclatante: facemmo circa 11 mila paganti, tutti lì per fischiare l'invasore padano. Dell'evento ne parlarono 114 testate giornalistiche (ho a casa ancora tutta la rassegna stampa, è un faldone enorme!) compresi tutti i tg nazionali. Questo credo sia una replica già di per sé autorevole alla seconda parte della tua domanda.

Che fine fece la EWF? Quali furono le tue successive partecipazioni al movimento del wrestling italiano?

Dovevamo fare uno show a Livorno (se non ricordo male) con ancora AJ Styles e Christopher Daniels come ospiti. La prevendita non andò benissimo (la piazza probabilmente era sbagliata) e in più ci informarono ad evento già annunciato che gli ospiti americani non potevano più partecipare per via di una kermesse della TNA. A questo aggiungici alcune situazioni poco chiare e limpide col promoter di cui sopra e alla fine tutto andò svanendo. Da lì in avanti col wrestling italiano ho fatto ancora qualcosa saltuariamente (ad esempio uno show a Olginate in provincia di Lecco lo scorso anno) ma trovo sempre molto difficile rapportarmi con questa realtà perchè è piena di veti, blocchi e ostacoli soprattutto in ambito creativo il che rende la scrittura degli show e l'ideazione/progressione dei personaggi davvero statica o straordinariamente complessa (di una complessità che non fa rima con sfida ma con troppe cose che non puoi fare).

Grazie ancora per il tuo tempo, Michele, e buona fortuna per i tuoi impegni presenti e futuri!

Michele Posa con John Cena a "Wrestlemania XXXI"

Nino Baldan


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