domenica 22 febbraio 2015

Le 12 cose che pensavo quando ero piccolo (terza parte)

Rieccoci, a distanza di qualche mese, con una nuova puntata della seguitissima rubrica "le 12 cose che pensavo quando ero piccolo"! Oggi recupererò dal cassetto della mia memoria un'altra dozzina di convinzioni, che mi hanno tenuto compagnia durante i miei primissimi anni, e che analizzate a venticinque anni di distanza fanno pure sorridere… ma che all'epoca rappresentavano delle sacrosante verità, e la loro confutazione è spesso stata per me un momento alquanto traumatico! Cominciamo!


25) Il wrestling era tutto vero

immagine da scrapetv.com

Quando nel corso della mia infanzia mi capitava di assistere in televisione ad un incontro di wrestling, ed osservavo quegli energumeni dai costumi variopinti coinvolti in incontri dall'alto tasso di spettacolarità, ero davvero convinto che se le dessero sul serio. E interpretavo la voce messa in giro dagli adulti, secondo la quale "era tutto finto", come una forma di invidia nei confronti di una nuova disciplina capace di dominare i palinsesti televisivi più della loro noiosissima boxe, ormai retaggio del passato.
Ma alcuni elementi posero in me il seme del dubbio: come poteva un individuo resistere ad una serie di 10 pugni portati alla tempia? Ma soprattutto: perché gli avversari, una volta sollevati, non venivano lanciati direttamente fuori dal ring invece che accompagnati a terra all'interno del quadrato? Immaginavo per qualche forma di gentilezza: in effetti non è mai bello fare del male a qualcuno.


26) I serial killer uccidevano di sera

immagine da horror101withdrac.blogspot.com

"Serial" non perché uccidessero "in serie" bensì "di sera". Questa convinzione mi ha accompagnato per tutta l'infanzia (e, ammetto, anche un po' oltre).
D'altronde si sono mai visti assassini girare per i vicoli della città a mezzogiorno o alle tre del pomeriggio, magari nascondendosi dietro al furgone delle consegne del pane, o facendo lo slalom tra i bambini in uscita dalla scuola?


27) Ascoltare Madonna era peccato

immagine da jaredbraden.com

Frequentando la scuola materna delle suore, ho imparato come fosse assolutamente vietato pronunciare, fuori dal contesto della preghiera, i nomi di Dio, Gesù e di ogni altro personaggio presente nelle Scritture (secondo la mia contorta interpretazione a punti della religione cattolica, già affrontata nel punto 6 della prima parte). Figuriamoci se avessi potuto ascoltare, o men che meno menzionare, una cantante che si faceva chiamare Madonna! Sacrilegio! Ogni volta infatti che appariva in tv, la consideravo il simbolo del peccato e della depravazione; ma la guardavo lo stesso, magari, ecco, facendo "no" con la testa, sperando in qualche modo di essere perdonato dal Signore, in quanto ricoprivo il ruolo di osservatore critico ma non di sostenitore. Questo è giusto precisarlo, non si sa mai.


28) Le punte delle banane erano velenose

immagine da missionecucina.it

Ecco una leggenda metropolitana che ha caratterizzato i primi anni della mia vita: le punte delle banane erano velenose, nel senso che avrebbero causato la morte, proprio come le pozioni magiche dei fumetti e dei cartoni animati. Non mi sono mai capacitato come i bambini fossero messi tranquillamente in contatto con un cibo che, nelle mani di un inesperto, avrebbe potuto mandare la gente al creatore; ricordo lo shock nell'aver visto all'asilo una bambina staccare proprio la punta del frutto, metterla in bocca e deglutire: sbiancai completamente, mi portai le mani alla testa, e gridai "noooooo".


29) La sigla di "Che tempo fa" riproduceva il rumore di una bottiglia d'olio


Ricordo come "il tempo" abbia sempre fatto parte delle mie serate in compagnia dei nonni; e a allo stesso modo in cui la sigla del TG1 riproduceva il suono di uno sciacquone (punto 5 della prima parte), anche quella di "Che tempo fa" aveva per le orecchie di un bambino qualcosa di familiare: suonava esattamente come il rumore prodotto dalla bottiglia d'olio nel momento in cui mia nonna mi condiva l'insalata. E nella mia testa il connubio "previsioni del tempo-ora di cena" non avrebbe potuto essere più forte.


30) Sul tetto di fronte a casa mia c'era una madonnina

immagine da valico.info

Ogni volta che guardavo fuori dalla finestra del salotto, sul tetto della casa di fronte vedevo la statua di una madonnina; ero stato talmente impressionato dalle storie che sentivo all'asilo da vedere raffigurazioni sacre ovunque. Chissà quale fosse stata la sua storia, chi l'avesse scolpita, per ringraziare la Madonna di quale miracolo; di tanto in tanto mi mettevo ad osservarla, fantasticando. A volte pure pregavo.
Un giorno mi venne in mente, con tanta timidezza, di chiedere a mia madre di cosa si trattasse, lei sbigottì e rispose: "ma non vedi che è il tubo di un camino?".
Improvvisamente la mia realtà cambiò forma, e non riuscii più a vedere alcuna effige sacra: probabilmente un gioco di ombre e di prospettiva mi aveva messo in testa quello che io avrei voluto vedere. Ciò non mi risparmiò comunque una visita dall'oculista.  


31) I gay volevano baciare e toccare tutti

immagine da gaywave.com

Sarà stata sicuramente una conseguenza degli avvertimenti che gli adulti mi facevano nei confronti dei pedofili, ma durante la mia infanzia ero davvero convinto che i gay fossero degli individui spinti da un istinto irrefrenabile di baciare e toccare qualsiasi maschio fosse loro capitato sotto tiro. E oltre al fatto di rappresentare il peccato (di conseguenza, meno contatti avrei avuto con loro, più salda sarebbe stata la mia posizione nella classifica della Chiesa), li vedevo comunque come un pericolo.
E quando soltanto fosse girata la voce relativamente all'omosessualità di una persona…tutti a scappare, terrorizzati. Per paura di venire baciati e toccati, così, senza motivo.


32) Napoli era a est dell'Italia


Questa davvero non riesco a spiegarmela: sono sempre stato convinto che Napoli fosse situata grossomodo al posto di Foggia, e pur avendo studiato la sua collocazione, ogni volta che la nominavano, la mia immaginazione andava sempre a levante. Forse un inconscio richiamo all'origine greca del nome, chissà.


33) Toto Cutugno girava (all'indietro) su una poltrona mobile


Un appuntamento fisso della mia infanzia è stato senza dubbio Domenica In, spensierato sottofondo dei pomeriggi festivi passati a casa dei nonni. Ma la cosa che mi rimase più impressa fu la sigla della stagione 1987/88, con Toto Cutugno che grazie a degli artifici della meccanica e a trucchi televisivi si spostava in giro per lo studio: ero invece convinto che il cantante utilizzasse un mezzo a motore che lo portava (all'indietro) in giro per il palcoscenico.
Una poltrona del genere è stata per anni nella lista dei miei sogni proibiti.


34) Piero Badaloni era finito in sedia a rotelle

immagine da acquabona-2.b.gp

Uno dei personaggi ricorrenti della mia giovane età fu Piero Badaloni, mall'epoca conduttore di "Uno Mattina" e "Piacere Raiuno". Un giorno lo vidi improvvisamente comparire su una sedia a rotelle: immaginai un tragico incidente, o che fosse affetto da una qualche patologia neurodegenerativa; solo in seguito mi accorsi che, per colpa della mia scarsa attitudine a ricordare i volti e i nomi, lo avevo confuso con Pierangelo Bertoli, ma per un (lungo) periodo della mia vita sono stato fermamente convinto che si fosse trattato della stessa persona.
Piero Badaloni godeva invece di ottima salute, tanto che nel 1995 riuscì ad essere eletto Presidente della Regione Lazio nelle file del centrosinistra. 


35) Topolino era un DECTÌVE

immagine da digilander.libero.it

Sarà stata la mia scarsa pazienza nel leggere, ma da bambino ho sempre pensato che Topolino di professione facesse il DECTÌVE, non il detective. Il bello è che lo pronunciavo proprio come pensavo fosse scritto: DECTÌVE. E in cosa avrebbe consistito questo lavoro? Semplice: nel non fare nulla, e ogni tanto essere coinvolto in qualche avventura, sempre nella parte del buono, e (ovviamente) sempre a lieto fine. Da grande, quasi quasi, avrei voluto essere anche io un DECTÌVE: chi me l'avrebbe fatto fare di lavorare?


36) Michele Placido era morto

immagine da tvblog.it

Concludo la puntata odierna con un aneddoto che mi ha sempre turbato: la presunta morte di Michele Placido. Sul finire degli anni '80 gli italiani rimanevano incollati al televisore grazie ad uno sceneggiato (si chiamavano ancora così) intitolato "La Piovra", basato sulla mafia; io non seguivo le puntate, ma conoscevo i personaggi: il volto di Michele Placido, nel ruolo del commissario Cattani, era per me diventato rassicurante e famigliare.
Ma nel 1989, durante la quarta stagione, gli sceneggiatori ebbero la shockante idea di farlo uccidere da due sicari accorsi in motorino, tant'è che all'epoca ne parlavano tutti, telegiornali compresi: sarà stato probabilmente qualche servizio visto frettolosamente su chissà quale notiziario a farmi credere che ad essere vittima dell'omicidio fosse stato l'attore. E ci rimasi davvero male, come se a scomparire fosse stata una parte della mia vita, della mia quotidianità: non ci sarebbe più stato ad accompagnare le mie serate, non sarebbe tornato mai più. Reagii con scetticismo quando lo rividi in qualche produzione successiva, pensando si trattasse di qualche replica. "Mamma, non può essere lui: lo sanno tutti che Michele Placido è morto.".

E voi? Ricordate qualcosa di cui da bambini eravate convinti?

Nino Baldan





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